La lamentazione funebre

In quel complesso sistema di riti, comune a tutte le culture religiose, antropologicamente definito "culto dei morti", ha rivestito in passato un particolare spazio la lamentazione funebre; una caratteristica forma di cordoglio diffusa tra diversi popoli stanziati nel bacino del Mediterraneo...

Un grazie di cuore a Mylius per l'articolo.

Al suo avvento, il Cristianesimo, assimilò questa pratica permettendole di perdurare per secoli integrata in quel curioso sincretismo religioso che contraddistingue il Cattolicesimo nostrano.
Presso gli antichi Greci, la lamentazione funebre venive eseguita da donne opportunamente prezzolate per piangere e strillare e per quanto possa sembrare assurdo delegare il dolore. L'usanza rispondeva alla precisa esigenza di esorcizzare la paura di un male maggiore. Qualsiasi sciagura era considerata, a quei tempi, segno di malevolenza da parte delle divinità e contro l'avversione dei numi il mortale aveva solo un modo per difendersi: nascondersi.
I parenti del defunto mantenevano un contegno composto ai funerali  incentrando l'attenzione su estranei in lacrime, si cercava di sviare la vigilanza del dio impietoso, cosicchè, non riconoscendo le sue vittime smettesse di perseguitarle.
"Prefiche" era il nome, che nella società di Roma, designava le donne che officiavano la lamentazione funebre. L'etimologia latina evidenzia l'origine dal verbo "praeficere" che significa mettere a capo o mettere al governo. Le prefiche nei cortei funebri precedevano il feretro.
Secondo un'interpretazione più affascinante, le lamentatrici giudavano il ritmo delle nenie in onore del defunto, alle quali potevano essere indotti a partecipare anche i congiunti. 
Il pianto rituale aveva una duplice funzione: una di natura sociale, l'altra, preponderante, di natura sacra e riconducibile alla necrofobia.
La liturgia seguiva un ben definito modello: aneddoti edificanti sulla vita del morto, l'esaltazione delle sue virtù vere o presunte, la pena e l'afflizione di chi gli sopravviveva.
La cantilena possedeva un ritmo ben diverso dalla parlata quotidiana, ed era accompagnata da una mimica del corpo tradizionalmente fissata: scarmigliarsi e strapparsi i capelli, graffiarsi le braccia e il viso, battersi il petto.
Lungi dall'essere un paradigma di memorie o una semplice forma espressiva del dolore, i lamenti rappresentavano un vero e proprio formulario magico facente parte di un ben strutturato rituale apotropaico mirante ad evitare il ritorno del defunto.
Il timore dei lemures era molto diffuso nella società romana, e il raggiungimento dell'aldilà da parte del trapassato dipendeva dall'esatta esecuzione dei rituali funebri da parte dei vivi.
Un morto che non avesse ottenuto degna sepoltura sarebbe potuto ricomparire sotto forma di larva per insidiare i vivi.
Da qui la necessità dell'incantesimo di non ritorno.
Se il mito greco concepì i figli della Notte, Hypnos e Thanatos, come gemelli intuendo il rapporto tra sonno e morte, l'uomo del passato attribuì alla lamentazione funebre come alla ninna-nanna infantile lo stesso corrispondente potere: assicurare la pace di qualcuno.