Le feste di Dicembre nell'antica Roma

Calendario Romano

Pietas (festa di Pietas) 1 dicembre

Neptunus (festa di Nettuno) 1 dicembre

Bona Dea (festa di Bona Dea) 3 dicembre

Faunalia Rustica (festa di Faunus) 5-8 dicembre

Tiberinalia (festa di Tiberinus e Gaia) 8 dicembre

Septimontium Agonalia 10-12 dicembre

Sol Indiges (dedicazione del tempio del Sol Indiges) 11 dicembre

Ianus (festa di Giano) 11 dicembre

Tellus (dedicazione del tempio di Tellus) 13 dicembre

Consualia (festa di Conso) 15 dicembre

Fortuna redux (festa di Fortuna Redux) 15 dicembre

I Saturnali 17-23 dicembre

Opalia (festa di Ops) 19 dicembre

Divalia (festa di Dia) 21 dicembre

Angeronalia (festa di Angerona) 21 dicembre

Larentalia (festa di Acca Larentia) 23 dicembre

Sol Invictus (dedicazione del tempio di Sol Invictus) 23 dicembre

Brumaia (Il giorno più breve dell’anno) 23 dicembre

Dies Natalis Solis Invicti

Pubblicato con "un po'" di ritardo ma pubblicato. E sempre grazie!

Saturnali e Sol Invictus

I Saturnali, la più antica festa Romana, si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, fino quindi alla vigilia della festività per il Sol Invictus, onorato il 25 dello stesso mese.

Saturno era una antichissima divinità italica, presiedeva all’agricoltura ed era il consorte della Dea Opi, era comunemente raffigurato come un vegliardo con una lunghissima barba bianca, con grandi ali spiegate, e teneva, secondo l’iconografia classica, in una mano, una falce e, nell'altra, una clessidra.

Attraverso l’espansione romana e il cosiddetto sincretismo religioso, Saturno fu ben presto identificato con il Dio Crono, e vennero quindi anche a Lui attribuite le leggende di divoratore dei suoi figli, appartenenti al suo “corrispettivo” greco.

Privato quindi dal suo trono da Giove, suo figlio, si diresse nei territori italiani, in una zona che Egli chiamò Latium (da Latere, ovvero nascondere).

Qui lo accolse Giano, altra antica divinità italica, che spartì con Lui il suo regno e gli permise di fondare Saturnia, una cittadina situata in cima al Campidoglio e con il quale regnò in pace fino alla morte del primo che fu quindi divinizzato. Si aprì dunque il dominio di Saturno e l’inizio della mitica età dell’oro.

(""Saturno, trovando rifugio presso il re/dio Giano, trasferirà elementi sapienziali del ciclo aureo che faranno di quella terra un luogo sacro. ...Saturno rappresenta perciò il dio di un'era precedente l'attuale, il sovrano di un mondo in cui regnava la libertà più ampia. riflesso di ritmi cosmici scanditi secondo leggi armoniche e perciò naturali. Rappresenta dunque un'era di pace e di giustizia..., che il ritorno dei secoli di cui parla Virgilio... permetterà di restaurare poiché egli è nascosto nel Lazio, che perciò è propriamente 'terra sacra', destinata alla missione di rinnovare il regnum saturnio, cioè a riportare il mondo alle condizioni cosmico-spirituali precedenti la cacciata del dio dal consesso divino"". -N. D'Anna, Virgilio e le rivelazioni divine- )

Questa festività nasce dagli antichi riti per la celebrazione del solstizio invernale, come quasi tutte le feste del mese di Dicembre e dell’inizio di gennaio, durante queste celebrazioni del mese viene commemorato il Sole vecchio che muore e rinasce come Sole fanciullo. Saturno presiedeva a queste celebrazioni e i Saturnalia iniziavano infatti prima del solstizio d’inverno e si concludevano verso la vigilia dei festeggiamenti del 25 dicembre.

Anticamente  la festa si svolgeva solamente durante il 17. ovvero il giorno di apertura, in seguito la durata delle celebrazioni fu portata a tre giorni da Cesare, a quattro da Augusto, a cinque da Caligola e, infine, a sette da Domiziano.

In questo frangente l'autorità ed il potere dei padroni sugli schiavi era sospesa, gli schiavi scambiavano le loro vesti con quelle dei loro padroni ed eleggevano un loro Re, il rex Saturnaliorum per le feste, che presiedeva ad un grande banchetto in cui il signore serviva a tavola i suoi schiavi, tutto ciò per rievocare la mitica età dell'oro e il regno di Saturno.

Nel periodo arcaico, questo Re, alla fine delle feste, veniva poi messo a morte. Tale usanza risaliva, molto probabilmente, al mitico periodo in cui i Pelasgi giunsero a Saturnia. Gli Elleni, dopo aver scacciato gli abitanti del posto, sacrificarono un decimo del bottino ad Apollo ed eressero due templi: uno ad Ade e uno a Saturno che identificarono con il loro Crono. Ad Ade sacrificavano teste umane e a Saturno immolavano un uomo. A questo mito si sovrappose quello di Ercole, di passaggio in quelle regioni, che convinse i suoi connazionali a non offrire teste umane, ma statuette d'argilla ed a sostituire l'immolazione di un uomo con l'offerta di ceri accesi, giocando sul fatto che la parola phota, in greco, vuoi dire sia ""uomo"" che ""luce"". Così i Romani, in tempi più recenti, anziché sacrificare uomini usavano scambiarsi in dono ceri e statuette d'argilla riproducenti fattezze umane.

L’inizio di questa festività era decretato con il rito del lettisternio, nel quale erano stese su dei letti le statue delle divinità, davanti a un ricco banchetto, e alle quali poi si offrivano le bevande e i cibi preparati appositamente che erano poi consumate pubblicamente dagli organizzatori della cerimonia, ovvero gli epulo-nes, che erano i rappresentanti di quattro grandi corporazioni di Roma.

Veniva poi effettuata una processione fino al Tempio del Dio Saturno nella cui Ara venivano effettuati i sacrifici e durante la quale veniva sciolta la benda di lana che normalmente legava i piedi della statua di Saturno, vi si accendevano i ceri e si banchettava tutti insieme, con brindisi e scambi di auguri.

Saturno veniva slegato per permettergli di assolvere alla sua funzione di fondatore della nuova era fino alla fine dell’anno con la nascita del nuovo Sole, si pensava così di poter ristabilire anche per poco tempo la mitica età dell’oro, il periodo segnato dal regno dello stesso Saturno.

Con l’avvento del nuovo anno la statua veniva nuovamente legata e, facente le sue veci, il Rex Saturnaliorum veniva ucciso, tutto ciò per simboleggiare il rinnovo del ciclo annuale.

Era abitudine durante questa settimana di festeggiamenti giocare al Grande Gioco di Saturno, ovvero una sorta di tombola, un antico gioco sacro, usato ai tempi per la divinazione attraverso i numeri. Infatti iI gioco d'azzardo era strettamente connesso con il Dio Saturno, tanto che a Roma era permesso giocare solamente durante i Saturnalia..

Durante il periodo imperiale a Roma, nei giorni di questa festa si chiudevano tutte le attività giudiziarie e anche le scuole facevano vacanza, era proibito partecipare o scatenare guerre, stabilire pene capitali o comunque effettuare una qualsiasi attività che non fosse riferente ai festeggiamenti in corso.

Il 25 dicembre avvenivano i festeggiamenti per il Dies Natalis Solis Invicti. E’ il calendario di Cesare che ci mostra come la celebrazione per il Natale del Sole Invitto, divinità solare di Emesa introdotta da Aureliano (275 - 75) che aveva un suo tempio nel campo Agrippae, venga posta in questa giornata, a distanza di un giorno da quello più corto dell’anno, ovvero il solstizio d’inverno (All’epoca a causa dell’evidente difficoltà di individuarne il giorno esatto il solstizio invernale veniva festeggiato con la Brumaia il 23 del mese).

Il culto del Sole era già penetrato comunque da tempo a Roma, grazie all'identificazione di Apollo con Helios e al progressivo estendersidella religione mitraica.

In epoca imperiale infatti oltre a questa festività veniva celebrata il medesimo giorno anche la nascita del Dio Mitra, figlio del Sole e Sole egli stesso, divinità iraniana che importata a Roma ebbe numerosi seguaci, soprattutto tra i soldati dell’impero romano. Queste due feste con il passare del tempo si unificarono diventando un'unica festa, del resto Mitra e il Sol Invictus erano divinità molto simili.

La sera del 24 Dicembre, la vigilia, i mitraisti e molti altri che li imitavano, accendevano dei fuochi per aiutare il sole a salire più in alto sopra l'orizzonte, mentre in questa giornata si celebrava la rinascita del sole che dopo aver passato il giorno più breve dell’anno ricominciava la sua ascesa all'orizzonte. Una festa di stravagante baldoria, rinnovamento e speranza per il futuro.

Con la cristianizzazione dell’Italia queste feste si persero, ma in realtà furono solamente sovrapposte con la celebrazione del natale, in cui ritroviamo lo scambio di doni e la celebrazione della nascita del Dio.

Ed ecco un approfondimento dei simboli (soprattutto attinenti al mondo vegetale) del mese di dicembre e le loro origini più remote e pagane.

Il ceppo di quercia

Durante i festeggiamenti per il Dies Natalis Solis Invicti la popolazione romana doveva bruciare nel focolare il giorno della festa e per i successivi dodici giorni e  dodici notti un ceppo di quercia scelto tra i migliori della catasta, un legno questo propiziatorio.

Questo era un aiuto simbolico offerto al sole che stava rinvigorendo la sua forza, rappresentava anche la distruzione col fuoco di tutti i mali dell'anno trascorso in un rito di purificazione per l'inizio del nuovo anno, e infine doveva, col suo calore e la sua luce, accogliere gli antenati che in quel periodo tornavano in visita alle loro case.

Da come bruciava questo ceppo si traevano previsioni per il futuro, le scintille che salivano in alto dal fuoco erano simbolo del ritorno delle giornate lunghe.

La cenere raccolta veniva sparsa nei campi per aumentare la loro fertilità

La fiamma, le braci e tutti i resti del ceppo bruciato durante questa festa erano ritenuti pieni di potenza fecondatrice e fertilizzatrice, poichè il fuoco del ceppo era vivificante e purificatore.

Questa tradizione, che era possibile ritrovare anticamente in varie parti dell'europa, come ad esempio in Germania, si è poi tramandata fino ai giorni nostri ed è stata cristianizzata.

In Romagna ad esempio il vecchio di casa bagnava con dell'olio le braci ardenti del ceppo e le faville che ne uscivano rappresentavano l'abbondanza dei vitelli (o a seconda del luogo di uva , frumento eccetera.) che sarebbero arrivati con la fine dell'anno e l'inizio di quello nuovo.

In altri luoghi la cenere del ceppo veniva sparsa sui tetti delle case per prevenire fulmini e temporali o posta sui ripiani nei quali si allevavano i bachi da seta per propiziarne la crescita, veniva anche utilizzata nei parti degli animali per aiutare l'espulsione della placenta.

Come soprascritto anche in altre zone d'europa si poteva ritrovare l'usanza del ceppo, ad esempio le popolazioni germaniche, in particolare i Teutoni, usavano bruciare un enorme ceppo nel camino per festeggiare il passaggio dall'autunno all'inverno.

L'albero di natale

L'albero di abete che oggi giorno viene portato in casa per le ferie natalizie, trova secondo alcuni le sue origini nel ceppo di quercia anticamente bruciato nelle tradizioni pagane, secondo altri invece deriverebbe dalle quercie decorate durante il periodo del solstizio invernale con pietre colorate dagli antichi germani che servivano a richiamare gli spiriti fuggiti con la caduta delle foglie e alle quali col tempo furono sostituiti ghirlande, nastri e frutti colorati.

Di sicuro si sa che la prima notizia di un albero di natale ci proviene nel 1605 dall'Alsazia dove una cronaca di Strasburgo riferisce: ""Per Natale i cittadini si portano in casa degli abeti, li mettono nelle stanze, li ornano con rose di carta di vari colori, mele, zucchero, oggetti di similoro"".

Secondo altre fonti invece l'usanza deriva dall'antico rito pagano di mettere in casa proprio per l'avvento del nuovo anno di un ramo che sarebbe stato beneaugurante.

Oltre a questo prima della cristianizzazione  presso le popolazioni celtiche si usava adornare le case con rami di sempreverdi, perchè si pensava che queste piante capaci di resistere al gelo avessero poteri magici, e che in esse vivessero entità sovrannaturali, alle quali si dava ospitalità nelle proprie case durante i mesi più freddi per assicurarsi i loro favori.

L’abete è stato molto presente anche nelle tradizioni precristiane, e come si vedrà, è sempre stato connesso alla nascita.

Nell’alfabeto celtico, nel quale ogni lettera era connessa a un albero o a un arbusto, dal quale prendeva il nome con la stessa iniziale, l’abete bianco, ailm, corrispondeva alla prima lettera. Oltre a questo nel calendario celtico l’abete era una pianta consacrata al giorno della nascita del fanciullo divino, proprio il giorno seguente al solstizio d’inverno.

Nell’antico egitto era considerata una pianta della natività, poiché sotto di essa vi era nato il Dio Biblos.

In Grecia questa pianta chiamata elate era sacra ad Artemide, che presiedeva alle nascite, e in onore di Essa durante le feste Dionisiache si sventolava un ramoscello di abete intrecciato con l’edera, e alla cui sommità era incastrata una pigna. Elate era anche il nome della Dea della luna nuova (anche chiamata Kaineides, da kainizo che significava rinnovare o recare nuove cose).

In Svizzera e in tirolo esiste poi una leggenda secondo la quale il Genio della foresta dimorerebbe in un vecchio abete e difatti tale Genio veniva raffigurato proprio con un esemplare di questa pianta sradicata sul palmo della mano. I boscaioli che si apprestavano a recidere la pianta, dimora dello spirito, venivano interrotti da un mugolio dello stesso che implorava di lasciarlo vivere.

Particolare è la tradizione della Savoia secondo la quale questo maestoso albero possa neutralizzare gli effetti del malocchio e impedire al fulmine di cadere, infatti affinché la sua azione fosse piu forte e intensa la sua cima veniva tagliata in modo che i rami rimasti formassero una sorta di cinque dita di una mano aperta.

Il vischio

Il vischio è una pianta parassita, molto presente durante il periodo di dicembre.

Essa nasce su diversi alberi, tra i quali quello di quercia, non ha radici a terra, bensì esse affondano nelle corteccie degli alberi sui quali è posizionata.Le sue foglie sono sempre verdi e le sue bacche che maturano proprio in inverno hanno bisogno del buio per crescere invece che della luce.

Viene considerato un portafortuna e un amuleto contro le disgrazie da sempre, e si dice che esso non vada mai raccolto con le mani, specialmente se viene usata la sinistra, infatti per coglierlo esisteva in tempi antichi tutto un procedimento che viene ancor oggi ricordato con una cerimonia francese che ripercorre gli stessi usi antichi.

Plinio il vecchio in questo passo ci fa un resoconto sul tipo di raccolta del vischio, adoperato dagli antici druidi, sacerdoti celtici : ""Nel sesto giorno dopo il solstizio d'inverno i druidi si avvicinavano alla quercia indossando vesti candide e conducendo alla cavezza due tori bianchi. Il capo dei sacerdoti saliva sull'albero e usando un falcetto d'oro tagliava i rami del vischio che venivano raccolti in una pezza di lino immacolata, prima che cadessero a terra. Poi, immolati i due animali, pregavano per la prosperità di quanti avrebbero ricevuto il dono"".Queste cerimonie avvenivano solamente due volte l'anno, ovvero durante i due solstizi, quello estivo e appunto quello invernale.

Il Vischio era anche considerato un liquido simbolico perché estraeva la linfa dalla pianta ospitante sorbendone la positività ed il sapere e quindi, concentrandone il succo, diventava la bevanda della conoscenza.

Oltre a queste proprietà magiche e simboliche, il Vischio ha notevoli proprietà terapeutiche che i Celti già conoscevano bene. Sempre Plinio il Vecchio infatti ci riferisce che:

""i Galli credono che il vischio, preso come bevanda (l'acqua di Quercia), dia fecondità e operi da antidoto contro tutti i veleni…Credono che il vischio, macerato in forma di bevanda, doni la fertilità a ogni animale sterile, e che sia un rimedio contro tutti i mali…Alcuni pensano che il vischio sia più efficace se colto sulla quercia all'inizio della luna, senza usare arnesi di ferro e senza che tocchi terra; che guarisca l'epilessia, faccia concepire le donne che ne portano addosso e che, masticato e applicato sulle ulcere, le guarisca completamente"".

Antica e anglosassone l'usanza di baciarsi sotto il vischio per avere la probabilità di sposarsi l'anno successivo e sempre in Inghilterra, per scongiurare il pericolo di rimanere zitelle, se ne deve bruciare un rametto la notte del 6 gennaio.

Agrifoglio e pungitopo

L’agrifoglio essendo una pianta sempre verde con bacche di colore rosso squillante che maturano in autunno e durano per tutto l'inverno, simboleggiava la persistenza della vita vegetale.

Gli antichi Germani, con l'arrivo dell’inverno, decoravano le loro case con rami e bacche della pianta per onorare gli spiriti della foresta e appendevano i suoi ramoscelli anche nelle stalle, per allontanarne i sortilegi.

A Roma, dopo la conquista della Bretagna, fu portata questa tradizione e ne donavano i rami agli sposi come forma di augurio.

Durante i Saturnali, tenevano i ramoscelli di agrifoglio come talismani protettivi, poichè le foglie dure e coriacee simboleggiavano la forza, inoltre le bacche mature proprio in questo periodo richiamavano il sole che proprio in questo mese rinasceva.

Sempre i Romani ne piantavano vicino alle case per tenere lontani gli spiriti maligni e i malefici.

Simile all'agrifoglio è il pungitopo con il quale veniva spesso confuso, anch'esso sempre verde , le sue bacche maturano durante le stagioni buie. Il simbolismo e l'uso è difatti il medesimo dell'agrifoglio.

Il suo nome risulta essere davvero stravagante, e deriva dall’uso che ne facevano gli antichi Romani, i suoi rametti di “foglie” pungenti dovevano impedire ai topi di raggiungere la carne salata appesa o i formaggi posti sulle travi delle cantine.

Il ginepro

Secondo gli antichi Romani il suo profumo avrebbe avuto la propietà di allontanare i serpenti,mentre il succo delle sue bacche e delle sue foglie, quella di guarire dai morsi degli animali velenosi, come le vipere.

E' tradizione non antichissima (risale circa all'inizio del 900) quella di bruciare un ramo di ginepro la notte di natale, quella di San Silvestro e quella dell'epifania, il suo uso era similare a quello del ceppo di quercia, ma il suo simbolismo , vista la tarda età in cui nasce questa tradizione, è solamente cristiano. (Ovvero lo scopo era quello di simboleggiare la luce del Cristo che nasce, e quello di scaldare il bambin Gesù appena nato)

Il suo carbone comunque, come quello del ceppo, veniva poi impiegato durante tutto l'anno per tanti rimedi superstiziosi.

Elleboro o rosa di natale

Pianta sempre verde, è denominata anche rosa di natale poichè fiorisce in inverno, da dicembre in poi.

I petali bianchi del fiore dovrebbero simboleggiare la bianca alba del solstizio d'inverno, mentre il suo interno presenta colori dorati che richiamerebbero l'oro del sole nuovo.