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13 Febbraio 2019

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La vostra Mater

Venere


 Originariamente Dea dei giardini e degli orti, in seguito fu identificata con Afrodite, la divinità greca dell'amore e della bellezza, Venere è stata una delle più importanti deità dell'Italia antica, la Dea della primavera, del sorriso della natura, le era sacro il mese dei fiori, Aprile.

Il nome stesso di Venere significa bellezza e grazia.

Però in Italia questa Dea dalla bellezza unica ed ammaliante, ebbe anche un'importanza politica, in quanto si credeva che esercitasse una benefica influenza sulla concordia fra i cittadini e sulla socievolezza tra gli uomini.

Dall'importanza che il culto di una tale Dea aveva presso i Latini, si ebbe che quando Venere si fuse con Afrodite, e le leggende di questa furono accolte in occidente, facile ascolto trovò anche la leggenda di Enea, detto figlio di Venere, e  fondatore della stirpe romana. A Roma c’erano tre santuari di Venere, quello della Dea Murcia, della Cloacina e della Libitina.   Murcia  è colei che addolcisce, quindi la Dea che accarezza l'uomo e ne seconda le passioni; più tardi si identificò Murcia a Murtea, e si pensò a una Dea del mirto (simbolo di casto amore); un tempio in suo onore sorgeva a piedi dell'Aventino presso il Circo Massimo, fabbricato dai Latini stanziati in quel luogo per opera di Anco Marzio.

Il tempio di Cloacína si trovava vicino al Comitium, forse in quel punto ove la cloaca maxima entrava nell'area del foro e ricordava la riconciliazione tra Romani e Sabini dopo il famoso ratto.  

Infine Libitina era Dea dei morti; nel suo tempio, di cui non si è mai riusciti a trovare il luogo, si conservavano gli arredi necessari per i trasporti funebri.

Ne faccia meraviglia che la Dea del piacere (libet) divenisse Dea dei morti; spesso nell'antica mitologia la vita più rigogliosa è messa in qualche rapporto colla morte, e anche qui può dirsi che gli estremi si toccano.  

A queste forme più antiche di culto latino, col passare del tempo, se n'aggiunsero altre e alla divinità vennero associati ulteriori epiteti come quello di Venus Victrix, colei che procura la vittoria, onorata di un tempio sul Campidoglio, di Venus Areia  protettrice dei combattimenti e in tal caso, essa era venerata accanto ad Ares e della Venus Genetrix venerata soprattutto da Giulio Cesare che faceva discendere da lei per via di Enea la sua famiglia, e che a lei votò un tempio dopo la vittoria di Farsalo, Venus Felix, apportatrice di fortuna; Venus Verticordia, protettrice della castità femminile.

Divenne per antonomasia la Dea della bellezza quando vinse la gara contro Era e Atena, suscitata dalla Dea della Discordia, promettendo al principe Paride, giudice della gara, il possesso della donna più bella del mondo, cioè Elena, moglie di Menelao, re di Sparta, creando così i prodromi della guerra di Troia.

Identificata con la Dea Afrodite della mitologia greca, identificazione che sembra sia cominciata nella Sicilia nord-orientale, ad Erice, dove i romani veneravano Venere Ericina.

Figlia di Urano, nata dalla spuma del Mar Mediterraneo orientale in una splendente giornata di primavera: appena uscita dalle acque fu trasportata da Zèfiro nell'isola di Citèra e poi a Cipro, donde il suo culto si diffuse in tutta la Grecia e in Sicilia. Per volere del padre degli Dei, Afrodite fu costretta a sposare il bruttissimo e storpio Efesto, ma avendo ella una natura sensuale e maliziosa, ebbe molti amanti sia mortali che Divini fra i quali si annoverano cui Bacco (che la rese madre delle Cariti e di Imene); Poseidone (col quale generò Rodo); Ares (col quale generò Deìmos, Fobos e Armonia); Ermes (nacque Ermafrodito): L'itifallico Priapo dall'orgiastico Dioniso ed Enea dal saggio Anchise. Generò molti figli tra cui, Eros (l'amore) e Anteros (l'amore corrisposto).

Il mito dell’infedeltà di Afrodite è molto famoso; si racconta che Efesto era zoppo e deforme, così Afrodite si consolò con Ares, il Dio della guerra, al quale diede tre figli: Deimos (il Terrore), Phobos (il Timore) e Arminia (la Concordia).

Un giorno Elio, il sole, sorprese Ares e Afrodite, riferendo tutto ad Efesto, che si ritirò nella sua fucina per cercare un modo di vendicarsi su entrambi.

Costruì una rete di bronzo, forte e resistente, ma con maglie così sottili da risultare invisibile. La dispose sopra il suo letto, annunziando alla moglie che partiva per l’isola di Lemno.

Appena il marito l’ebbe lasciata, Afrodite chiamò Ares. Tornato a casa, Efesto colse Afrodite in flagrante adulterio sul proprio letto, i due non ebbero modo di rialzarsi in quanto imprigionati dalla rete.


Efesto chiamò a raccolta tutti gli dèi dell’Olimpo, facendo loro contemplare lo spettacolo offerto dalla moglie e dal dio della guerra.

Gli abitanti dell’Olimpo furono presi da un riso irrefrenabile, e, quando Efesto li liberò, Ares fuggì, umiliato mentre Afrodite si rifugiò a Pafo, dove le Grazie, sue ancelle, la calmarono.

È anche la divinità dell'amore, inteso anche come attrazione delle varie parti dell'universo tra loro per conservare e procreare; simboleggia l'istinto naturale di generazione e di fecondazione e sotto questo aspetto è simile alla Ishtar babilonese, o all'Astarte fenicia.

Solo più tardi venne fatta una chiara distinzione tra Afrodite PANDEMO, Afrodite URANIA e Afrodite PONTIA; la prima era l'Afrodite terrena, protettrice anche di amori volgari; la seconda era la Dea dell'amore celeste, datrice di ogni benedizione; la terza era l'Afrodite marina, patrona della navigazione e dei naviganti; riveste quindi aspetti diversi, che l’apparentano all’antica Madre Terra (o Terra Nutrice).

I suoi legami cogli altri dèi dell’Olimpo, per quanto tenui, sono sempre essenziali a tutti i miti.

Anche Venere, come le altre Dee, era inesorabile nelle sue vendette e puniva inflessibilmente chiunque osasse ribellarsi alle sue leggi.

Un famoso esempio della crudeltà di Venere, è il mito di Narciso, che si innamorò della sua immagine riflessa come punizione per non aver ricambiato l'amore della ninfa Eco.

Più benigna fu invece verso uno scultore di nome Pigmalione che, dopo aver severamente punito per la sua mancanza di amore verso le donne, lasciò vivere felicemente.

Merita di essere ricordata in particolare la leggenda dell'amore di Afrodite per Adone, figlio di Fenice e di Alfesibea.

Leggenda d'origine asiatica, e sebbene più volte e in più modi trattata e ampliata dai poeti greci, lascia trasparire il suo senso primitivo naturalistico.

Racconta dunque che il bel giovane, di cui la Dea era innamorata, muore durante una battuta caccia ucciso da un cinghiale.

Addoloratissima, prega Zeus di richiamarlo in vita; ma intanto anche Persefone, Dea dei morti, se n'era anche invaghita, e non lo voleva rendere.

Per dirimere al controversia, Zeus sentenziò che per una parte dell'anno Adone rimanesse nel regno delle ombre, e nel resto dell'anno tornasse tra i vivi.

La bestia che uccide Adone è il simbolo dell'inverno, il cui freddo sole fa spegnere la vita della natura e Adone è la natura stessa che riprende vigore al ritorno periodico della primavera, fiorendo sotto l’aspetto della anemone, il fiore dall’intenso colore porporino.

I Greci connettevano il nome di Afrodite con la spuma del mare (afròs), dalla quale ritenevano che fosse nata; diffusosi il suo culto in Occidente, prima ad Erice in Sicilia e poi fino a Roma, la dea venne onorata col nome di Venere (da venus, venustas = bellezza).

Secondo Omero nacque da Zeus e da Dione mentre nella Teogonia di Esiodo si narra come Afrodite, nata dal mare in una serena giornata di primavera, venne portata dagli Zefiri prima a Citera, da dove su una conchiglia fu trasferita a Pafo nell'isola di Cipro.

La stagione che ha dato il via al ciclo della vita sulla terra è stata la primavera; dal Caos primigenio le nascenti forme di vita trovarono la loro sede naturale nel mare.

Ecco congiunti la primavera e il mare per generare Afrodite.

I suoi animali favoriti erano le colombe: un tiro di questi uccelli trasportava il suo carro; ma le furono consacrati anche il serpente e l'ariete; quale protettrice dei giardini le furono dedicate le piante e i fiori di rosa e di mirto.

Moon

"Alma Venere, genitrice degli Eneidi delizia degli uomini e degli dei, tu che sotto gli astri erranti nel cielo fecondi il mare che porta le navi e la terra carica di messi, per te tutti gli esseri viventi sono concepiti e nascendo vedono la luce del sole; quando tu appari, o dea, fuggono i venti, fuggono le nubi del cielo, sotto i tuoi piedi la terra fertile produce fiori soavi, a te sorride la distesa del mare e il cielo, placato, versa un torrente di luce ..."

Lucrezio, dall' incipit del De rerum natura